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Immagina di essere sull’orlo dell’abisso. E di riuscire non solo a sopravvivere, ma a spingere la tua vita oltre ogni ragionevole e irragionevole aspettativa. È la straordinaria storia di Timmy Turner.

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Siamo esperti finanziari a livello globale con radici svizzere.
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Immagina di essere sull’orlo dell’abisso. E di riuscire non solo a sopravvivere, ma a spingere la tua vita oltre ogni ragionevole e irragionevole aspettativa. È la straordinaria storia di Timmy Turner.

L’immagine mostra un surfista che usa una tavola priva di pinne. Non è certo il modo più comune di surfare, ma ci sono buoni motivi per farlo. Questa modalità permette non solo di raggiungere velocità molto elevate senza attrito, ma anche di cavalcare lunghe onde a parete liscia. Dopotutto, è come usare una tecnica contro corrente pur di andare per la propria strada. Nella particolare situazione ritratta nell’immagine, il protagonista ha scelto di pagaiare semplicemente tra le lastre di ghiaccio della Laguna di Jokulsarlon, in Islanda, per «tastare il terreno».

Timmy Turner (37) è un surfista professionista nonché regista, marito e padre di sei bambini, vive ad Huntington Beach, California. Il caso di Turner è a dir poco sensazionale. Alla tenera età di cinque anni sboccia in lui quella che sarebbe poi diventata una passione irrefrenabile, così fervida da annullare ogni paura anche di fronte alle onde oceaniche più impetuose. Entrare nel cuore dell’onda è la sua ragione di vita, come afferma lui stesso. Ironia della sorte, non fu un’onda a mettere gravemente in pericolo la sua vita nel 2005.

La sua famiglia vive e lavora a Huntington Beach da ben tre generazioni, non sorprende affatto quindi che Turner sia da sempre attirato dall’acqua. Spingersi fino in Europa e in Asia per cavalcare le onde era ordinaria amministrazione. Turner non era fatto per i luoghi sovraffollati e la movida, e nemmeno i suoi amici.

Preferivano surfare lontano dalle mete più battute, rinunciando a hotel di lusso e alla bella vita. Vivere senza fronzoli a stretto contatto con la natura, anche la più selvaggia, non era solo un’idea, ma una promessa verso se stesso.

Accadde nel dicembre 2005, non sulla cresta di un’onda al largo delle Hawaii o nell’esotica Bali, come ci si sarebbe potuto aspettare. Accadde tutto proprio alle porte di casa. Durante una semplice nuotata, Turner venne infettato dal batterio noto come stafilococco aureo meticillino-resistente (MRSA) che si insinuò nei seni paranasali, nelle cavità retronasali e della fronte, molto probabilmente inalando acqua contaminata.

Essendo resistente alle comuni terapie antibiotiche, il batterio aveva iniziato il suo percorso attraverso i seni nasali e il cranio causando rapidamente un rigonfiamento della massa cerebrale e un innalzamento della temperatura corporea a 41,5 °C, fino a terminare nel coma. Il 17 dicembre del 2005, all’Hoag Memorial Hospital di Newport Beach, il Dr. Richard Kim aprì la scatola cranica di Turner diagnosticando la più grave infezione cerebrale che avesse mai visto.

Dal punto di vista clinico, il Dr. Kim riteneva che le speranze fossero quasi nulle. Tuttavia, in un intervento chirurgico durato due ore, il Dr. Kim rimosse tre quarti della scatola cranica di Turner per alleviare la pressione generata dal rigonfiamento cerebrale e pulire l’infezione.

Turner fu dimesso dall’ospedale a febbraio del 2006. Indossava un elmetto per proteggere la testa, mancando ancora la scatola cranica. Ad aprile, il Dr. Kim riuscì a impiantare una protesi fatta di due stampi sintetici tenuti in sede da 15 viti. Inutile dire che a Turner fu raccomandato di tenersi alla larga dalle acque tropicali, dove prospera lo stafilococco. In poch parole, i medici consigliavano a Turner di abbandonare il surf.

Ma, neanche a dirlo, Turner non era affatto di quell’idea. Determinato a tornare a ciò che realmente amava, inizia a cercare le opportunità che gli oceani del mondo hanno da offrire. Così facendo, trova ciò che cerca: il rischio di stafilococco non esiste in acque fredde. Dopo avere consultato i medici, inizia a scivolare con la tavola sulle acque di Alaska, Canada e Islanda. Cavalcando le gelide onde, circondato da neve, ghiacciai e qualche orso, si sente di nuovo vivo.

La muta lo protegge non solo dal pericolo di ferite in caso di collisione con la scogliera, ma lo tiene anche al caldo grazie a elementi riscaldanti sulla schiena.

Fare surf in acque gelide
con Timmy Turner

L’immagine mostra un surfista che usa una tavola priva di pinne. Non è certo il modo più comune di surfare, ma ci sono buoni motivi per farlo. Questa modalità permette non solo di raggiungere velocità molto elevate senza attrito, ma anche di cavalcare lunghe onde a parete liscia. Dopotutto, è come usare una tecnica contro corrente pur di andare per la propria strada. Nella particolare situazione ritratta nell’immagine, il protagonista ha scelto di pagaiare semplicemente tra le lastre di ghiaccio della Laguna di Jokulsarlon, in Islanda, per «tastare il terreno».

Timmy Turner (37) è un surfista professionista nonché regista, marito e padre di sei bambini, vive ad Huntington Beach, California. Il caso di Turner è a dir poco sensazionale. Alla tenera età di cinque anni sboccia in lui quella che sarebbe poi diventata una passione irrefrenabile, così fervida da annullare ogni paura anche di fronte alle onde oceaniche più impetuose. Entrare nel cuore dell’onda è la sua ragione di vita, come afferma lui stesso. Ironia della sorte, non fu un’onda a mettere gravemente in pericolo la sua vita nel 2005.

La sua famiglia vive e lavora a Huntington Beach da ben tre generazioni, non sorprende affatto quindi che Turner sia da sempre attirato dall’acqua. Spingersi fino in Europa e in Asia per cavalcare le onde era ordinaria amministrazione. Turner non era fatto per i luoghi sovraffollati e la movida, e nemmeno i suoi amici.

Preferivano surfare lontano dalle mete più battute, rinunciando a hotel di lusso e alla bella vita. Vivere senza fronzoli a stretto contatto con la natura, anche la più selvaggia, non era solo un’idea, ma una promessa verso se stesso.

Accadde nel dicembre 2005, non sulla cresta di un’onda al largo delle Hawaii o nell’esotica Bali, come ci si sarebbe potuto aspettare. Accadde tutto proprio alle porte di casa. Durante una semplice nuotata, Turner venne infettato dal batterio noto come stafilococco aureo meticillino-resistente (MRSA) che si insinuò nei seni paranasali, nelle cavità retronasali e della fronte, molto probabilmente inalando acqua contaminata.

Essendo resistente alle comuni terapie antibiotiche, il batterio aveva iniziato il suo percorso attraverso i seni nasali e il cranio causando rapidamente un rigonfiamento della massa cerebrale e un innalzamento della temperatura corporea a 41,5 °C, fino a terminare nel coma. Il 17 dicembre del 2005, all’Hoag Memorial Hospital di Newport Beach, il Dr. Richard Kim aprì la scatola cranica di Turner diagnosticando la più grave infezione cerebrale che avesse mai visto.

Dal punto di vista clinico, il Dr. Kim riteneva che le speranze fossero quasi nulle. Tuttavia, in un intervento chirurgico durato due ore, il Dr. Kim rimosse tre quarti della scatola cranica di Turner per alleviare la pressione generata dal rigonfiamento cerebrale e pulire l’infezione.

Turner fu dimesso dall’ospedale a febbraio del 2006. Indossava un elmetto per proteggere la testa, mancando ancora la scatola cranica. Ad aprile, il Dr. Kim riuscì a impiantare una protesi fatta di due stampi sintetici tenuti in sede da 15 viti. Inutile dire che a Turner fu raccomandato di tenersi alla larga dalle acque tropicali, dove prospera lo stafilococco. In poch parole, i medici consigliavano a Turner di abbandonare il surf.

Ma, neanche a dirlo, Turner non era affatto di quell’idea. Determinato a tornare a ciò che realmente amava, inizia a cercare le opportunità che gli oceani del mondo hanno da offrire. Così facendo, trova ciò che cerca: il rischio di stafilococco non esiste in acque fredde. Dopo avere consultato i medici, inizia a scivolare con la tavola sulle acque di Alaska, Canada e Islanda. Cavalcando le gelide onde, circondato da neve, ghiacciai e qualche orso, si sente di nuovo vivo.

La muta lo protegge non solo dal pericolo di ferite in caso di collisione con la scogliera, ma lo tiene anche al caldo grazie a elementi riscaldanti sulla schiena.

Fare surf in acque gelide
con Timmy Turner

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Mongolia settentrionale: l’esistenza stessa della tribù dei Dukha fu minacciata da un inatteso conflitto territoriale. Rimanendo tenacemente fedele a se stessa, la popolazione ha difeso e mantenuto il suo nomadismo ancestrale.

Mongolia settentrionale: l’esistenza stessa della tribù dei Dukha fu minacciata da un inatteso conflitto territoriale. Rimanendo tenacemente fedele a se stessa, la popolazione ha difeso e mantenuto il suo nomadismo ancestrale.

Mongolia settentrionale: l’esistenza stessa della tribù dei Dukha fu minacciata da un inatteso conflitto territoriale. Rimanendo tenacemente fedele a se stessa, la popolazione ha difeso e mantenuto il suo nomadismo ancestrale.

In questa immagine vediamo una bambina Dukha di nome Tool. Quando la renna ha due anni («Dongor»), i Dukha iniziano ad addomesticarla. Visto che gli adulti sono troppo pesanti per cavalcare l’animale, sono i bambini i primi a farlo e, meno di un anno dopo, gli adulti subentrano nell’addestramento degli esemplari maturi («Hoodai»).

Nella provincia di Hôvsgôl, situata nella Mongolia settentrionale, vive una piccola comunità di pastori di renne, i Dukha (Цаатан, Tsaatan). La loro vita si intreccia con quella di questo animale, da sempre venerato dalla popolazione nomade, che arriva a considerarlo un membro della famiglia. Le renne rappresentano anche una risorsa indispensabile per la produzione di latte, yogurt e formaggio e un mezzo per spostarsi nella taiga, dove nei rigidi inverni mongoli la temperatura può scendere a -50 °C.

La fiducia reciproca e in se stessi è la vera forza che ha consentito ai Dukha di sopravvivere fino ai giorni nostri. Ma vi fu un momento in cui i loro principi furono improvvisamente messi in discussione: ai tempi della guerra fredda i Dukha furono costretti ad abbandonare il loro territorio e il loro stile di vita nomade.

Il divieto di osservare le proprie pratiche sciamaniche e animistiche non fece che accelerare la cancellazione delle antiche tradizioni. Più tardi, con la collettivizzazione degli animali domestici, i rischi per la loro esistenza si fecero ancora più seri, visto che il destino dei Dukha era indissolubilmente legato a questi animali.

Ci vollero due generazioni e l’allentamento del conflitto territoriale per convincere le famiglie rimanenti a tornare alle loro radici e cercare di vivere nella taiga, ripristinando tradizioni ormai quasi perdute.

Nonostante condizioni difficilissime, riuscirono a non tradire la loro vera natura. E grazie a questa forza di volontà e al radicamento alle origini, oggi circa 40 famiglie Dukha continuano a condurre una vita nomade, insieme a 650 esemplari di renne, nel tutt’altro che ospitale territorio del Hôvsgôl Aimag.

Il fotografo

Jeroen Toirkens, classe 1971 e originario dei Paesi Bassi, ha studiato fotografia e design alla Royal Academy for the Visual Arts dell’Aia. Dal 1995 lavora come fotografo e regista indipendente. Il suo lavoro si concentra su documentari fotografici a sfondo sociologico e sul giornalismo di approfondimento. Toirkens ha al suo attivo numerose pubblicazioni su quotidiani e riviste nazionali e internazionali di tutto il mondo.

Nel 1999 Toirkens scopre una vera passione per la materia proprio mentre documenta le famiglie nomadi che vivono sulle montagne Bolkar della Turchia e le abitudini di vita degli Yörük in Anatolia, oppressi dalle spinte modernizzatrici della nazione. Dopo queste esperienze Toirkens avvia il progetto intitolato NOMADSLIFE. Da allora ha fatto visita ai Dukha cinque volte, incontrando ogni famiglia.

Nel 2011 Toirkens ha concretizzato la sua dedizione verso i Dukha dando vita alla fondazione NOMADSLIFE. La fondazione offre finanziamenti per garantire ai giovani Dukha i necessari strumenti di istruzione. Attualmente sono nove gli studenti che beneficiano di questa offerta.

Oltre ai Dukha, Toirkens ha documentato le tribù nomadi di Kirghizistan, Marocco, Russia, Turchia, Siberia settentrionale, Alaska, taiga della Siberia meridionale e Mongolia settentrionale. Il suo lavoro sui nomadi ha ottenuto numerosi riconoscimenti nel corso degli anni.

Jeroen Toirkens – l’intervista

In questa immagine vediamo una bambina Dukha di nome Tool. Quando la renna ha due anni («Dongor»), i Dukha iniziano ad addomesticarla. Visto che gli adulti sono troppo pesanti per cavalcare l’animale, sono i bambini i primi a farlo e, meno di un anno dopo, gli adulti subentrano nell’addestramento degli esemplari maturi («Hoodai»).

Nella provincia di Hôvsgôl, situata nella Mongolia settentrionale, vive una piccola comunità di pastori di renne, i Dukha (Цаатан, Tsaatan). La loro vita si intreccia con quella di questo animale, da sempre venerato dalla popolazione nomade, che arriva a considerarlo un membro della famiglia. Le renne rappresentano anche una risorsa indispensabile per la produzione di latte, yogurt e formaggio e un mezzo per spostarsi nella taiga, dove nei rigidi inverni mongoli la temperatura può scendere a -50 °C.

La fiducia reciproca e in se stessi è la vera forza che ha consentito ai Dukha di sopravvivere fino ai giorni nostri. Ma vi fu un momento in cui i loro principi furono improvvisamente messi in discussione: ai tempi della guerra fredda i Dukha furono costretti ad abbandonare il loro territorio e il loro stile di vita nomade.

Il divieto di osservare le proprie pratiche sciamaniche e animistiche non fece che accelerare la cancellazione delle antiche tradizioni. Più tardi, con la collettivizzazione degli animali domestici, i rischi per la loro esistenza si fecero ancora più seri, visto che il destino dei Dukha era indissolubilmente legato a questi animali.

Ci vollero due generazioni e l’allentamento del conflitto territoriale per convincere le famiglie rimanenti a tornare alle loro radici e cercare di vivere nella taiga, ripristinando tradizioni ormai quasi perdute.

Nonostante condizioni difficilissime, riuscirono a non tradire la loro vera natura. E grazie a questa forza di volontà e al radicamento alle origini, oggi circa 40 famiglie Dukha continuano a condurre una vita nomade, insieme a 650 esemplari di renne, nel tutt’altro che ospitale territorio del Hôvsgôl Aimag.

Il fotografo

Jeroen Toirkens, classe 1971 e originario dei Paesi Bassi, ha studiato fotografia e design alla Royal Academy for the Visual Arts dell’Aia. Dal 1995 lavora come fotografo e regista indipendente. Il suo lavoro si concentra su documentari fotografici a sfondo sociologico e sul giornalismo di approfondimento. Toirkens ha al suo attivo numerose pubblicazioni su quotidiani e riviste nazionali e internazionali di tutto il mondo.

Nel 1999 Toirkens scopre una vera passione per la materia proprio mentre documenta le famiglie nomadi che vivono sulle montagne Bolkar della Turchia e le abitudini di vita degli Yörük in Anatolia, oppressi dalle spinte modernizzatrici della nazione. Dopo queste esperienze Toirkens avvia il progetto intitolato NOMADSLIFE. Da allora ha fatto visita ai Dukha cinque volte, incontrando ogni famiglia.

Nel 2011 Toirkens ha concretizzato la sua dedizione verso i Dukha dando vita alla fondazione NOMADSLIFE. La fondazione offre finanziamenti per garantire ai giovani Dukha i necessari strumenti di istruzione. Attualmente sono nove gli studenti che beneficiano di questa offerta.

Oltre ai Dukha, Toirkens ha documentato le tribù nomadi di Kirghizistan, Marocco, Russia, Turchia, Siberia settentrionale, Alaska, taiga della Siberia meridionale e Mongolia settentrionale. Il suo lavoro sui nomadi ha ottenuto numerosi riconoscimenti nel corso degli anni.

Jeroen Toirkens – l’intervista

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